Tunaendelea kungojea mwua...
Che risveglio traumatico!
Alle 6 e mezza la porta della stanza numero 8 ha sbattuto fortissimo contro il profilo in ferro che la corona. Langat stava andando al lavoro al Dream Center.
E mentre cercavo, testarda, di riprendere sonno, alle 7 lo stereo di casa impazzisce e il volume aumenta al confine con gli ultrasuoni! Ma senza musica, solo le grida esagerate degli speakers radiofonici che raccontano delle storie…mamma mia!
Non ho avuto molta scelta. Mi sono alzata e sono uscita per cercare un po’ di dolcezza almeno nella colazione! Mbaabu e Peter avevano già finito, mi stavano aspettando in realtà..chissà, magari la radio l’avevano accesa proprio loro per svegliarmi! Mi hanno chiesto qualche minuto del mio tempo….
Da Agosto, hanno costituito un self helping group, per ora composto da 67 persone tutte tra il personale dell’ospedale. Hanno deciso di aiutarsi. Ogni mese ognuno di loro deposita su un conto comune una somma di denaro compatibile con il proprio tenore di vita (da 250 a 12 mila scellini) e dopo 6 mesi è possibile chiedere ed ottenere dal gruppo un prestito pari a tre volte la somma depositata fino a quel momento. Hanno pure scritto una costituzione ed hanno un certificato di registrazione al comune di Chakariga. E la cosa sta funzionando! Questo mi rende fiera come se parlassi di un figlio che si è laureato con lode all’università più prestigiosa..
Ma alcuni sono preoccupati di non riuscire, a Febbraio, a far fronte alle pretese di tutti. Mi hanno chiesto se in qualche modo potevo, come Stefania o come direttore, aiutarli. Io non me la sono sentita di parlare a nome dell’ospedale, che già fatica a tenersi in piedi a volte. Non può essere nemmeno una garanzia per loro. Ho preferito rispondere come Stefania..anzi, come Mwende. Farò parte anch’io del gruppo, mi impegnerò a versare ogni mese un acconto senza mai chiedere prestiti. Così non saprò mai chi aiuto davvero, ma potrò dare un piccolo contributo a tutti, indistintamente. E questo mi piace, sa di buono.
La nostra vitellina è sofferente. Abbattuta e con la faccia gonfia, incapace di stare in piedi a lungo. Ho pensato che forse era solo ammalata di solitudine e mi ha fatto un’infinita tenerezza. Abbiamo chiamato il veterinario del villaggio che si è subito accorto che in realtà è stata morsa da un serpente. Povera Carolina! È tornato il pomeriggio con tutto l’occorrente per aiutarla: una siringona per iniettarle antibiotici e un anestetico, lamette per tagliare la cute, una boccettina con una lozione verde e il barattolo dello sciroppo antivermi. E lui, il dottore, in perfetta tenuta sanitaria: camicia grigia e gialla con la scritta france campeggiante sulla schiena, pantaloni verde oliva avariata e i soliti sandali ricavati dai copertoni. L’hanno afferrata in tre mentre le faceva l’iniezione. E poi le ha versato in bocca tre tappi di sciroppo. Dopo pochi minuti è crollata a terra. Mentre l’uomo tutto fare della Guest House (si occupa dei polli, del giardino, di andare al market a comperare gli ortaggi, il latte e le uova da Regina o Lidia) le teneva una mano in bocca per evitare che si soffocasse con la lingua, lui le ha inciso la guancia, che ormai stava diventando nera ed andando in necrosi per colpa del veleno. Ha afferrato la boccettina col liquido verde (un’erba che cresce qui intorno, che viene bruciata e diluita con acqua), si è sputato su un dito e poi ci ha versato qualche goccia della pozione…e zsac, l’ha infilato bene nella carne per far penetrare il medicamento. E poi ha gridato alla vitellina di alzarsi, okeera…okeera! Si è risciacquato le mani con dell’acqua versatagli con una pentola da Margaret, ha lavato la siringa riempiendola sempre d’acqua e spruzzandola in mezzo al prato, e mi ha chiesto 500 scellini, dicendomi che tra una settimana tornerà con delle multivitamine incluse nel prezzo! E poi si è raccomandato di tenere Carolina al sicuro lontano dal bush. Così, da questa notte, la nostra mascotte dormirà sotto alla tettoia dei workshops, vicino ai container.
Dopo le 5, ho preso la mia cesta di foglie di banana intrecciate, con dentro una nuova stoffa ,e sono andata da Eva. Le ho commissionato un’altra gonna, l’ennesimo modello che poi copierà per le sue clienti. Lei stava stirando, con un vecchio iron ripieno di braci roventi, l'eredità del padre. Tornando a casa, ho incrociato Cathrine zoppicante, ha una caviglia gonfia. Pole. Proverà a riposarsi un po’ sperando che le passi, non ha soldi per venire all’ospedale…comprerò da lei altre banane!
È tornata Apophie con una nuova parrucca. Ha lisciato i capelli davanti e infilato un cestino di riccioli plasticati, effetto casco! È carina! È stata un giorno a casa a godersi la sua bella famiglia. Josec le ha dato un passaggio. È arrivato fischiettando al mio ufficio, sembrava felice. E mi ha confidato che lui cerca sempre di essere allegro, perché qualcuno gli ha detto che ogni giorno in cui sei arrabbiato è un giorno in meno. Shimali e George, l’ottico, lo hanno aiutato a caricare in macchina la sterilizzatrice che ancora non funziona. Domani torneremo a Nairobi. C’è anche un bambino con un trauma all’occhio da accompagnare al Lions Hospital. Partiremo alle 5 e mezza per essere sicuri di tornare presto. Non è bene viaggiare nel buio. Josec mi ha raccomandato di essere pronta in tempo, I’ll beep you Stefania!
Stiamo ancora aspettando la pioggia…
Mama buega.
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