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Mochongo...ncho!

Stamattina appena sveglia ho avuto un grosso problema da risolvere, proprio tra il caffè e il pane con marmellata. Stanley, da almeno una settimana, diceva a Sr. Prya che la sterilizzatrice era rotta e che, essendo in garanzia, avrebbe dovuto portarla a Nairobi per farla riparare. A me invece aveva detto che non aveva alcun problema, che il suo mal funzionamento dipendeva solo dall’andamento incostante della corrente e per questo necessitava di uno stabilizzatore. La cosa peggiore, è che da ieri non riusciamo piĂą a sterilizzare i ferri chirurgici. E oggi abbiamo dovuto organizzaci inviando i kit all’ospedale di Nkobo. Sr. Prya mi ha chiamato furente, dicendomi che avrei dovuto controllare che tutto fosse fatto a Nairobi, ieri. Ecco, la palla di domopack pronta a salire! Lo so, un direttore è tenuto a sapere tutto e forse ho dato troppa fiducia a Stanley ( ma appena ritorna, come il Succi docet, gli faccio il culo!!!!). Ho chiarito con la sister (davanti a Giusta, in sala operatoria…alzando appena un po’ la voce! ) e poi ho chiesto ad Edward di tornare a Nairobi lunedì. E ora che lo so, come sempre controllerò che tutto sia pronto prima che la macchina lasci Maitri.

Alla fine Prya mi ha pure chiesto scusa e si è raccomandata di non andare a Kathwana da sola, troppi ubriachi in giro!

Ma io qui mi sento a casa…e non ho paura. Quante volte Sonia è andata da sola al mercato. E poi, in Africa è impossibile restare soli lungo le strade. Così, con addosso i pantaloncini delle Charlie’s Angels, mi sono incamminata.

Appena iniziato a scendere la strada per il Mutonga, ho avvertito dei passi veloci dietro di me. Una signora, non piĂą giovane ( ma qui è difficile dare un’etĂ  alle persone ), correva, con le sue scarpe di plastica gialle, per raggiungere il resto del gruppo: una mamma con il bambino legato sulla schiena, una signora con una gallina nera sotto braccio, una ragazzina con un sacchetto di plastica pieno di fogli. Io l’ho salutata, muga, senza però voler fermare la sua corsa. Lei invece mi ha sorriso, muga mono, e si è fermata dicendomi qualcosa che ovviamente non ho capito, perchĂ© la mia conoscenza della lingua locale si ferma alla prima lezione! ( Che vergogna, un anno qui e ancora non so parlare la loro lingua…e loro invece si sforzano di imparare la nostra…dovrebbe essere il contrario…). Mi ha spettato…ormai eravamo compagne di viaggio. Io mi fermavo a fare delle fotografie a questo paesaggio che continua a togliermi il fiato, a cui non farò mai l’abitudine. Lei si girava e mi gridava ncho, gesticolando con le mani come a dire che ero troppo lenta e che bisognava affrettarsi. Ho provato ad usare l’unica espressione conosciuta, mimi pole pole, ma non è servita, lei aveva deciso che dovevamo arrivare al mercato insieme! Che ridere. Mi precedeva ma mi teneva d’occhio. E poi, arrivata al ponte, l’ho vista tornare indietro, sulla terra ferma, non appena il ferro sotto ai suoi piedi ha iniziato a fare rumore. Aveva paura! L’ho presa per mano, lei la stringeva fortissimo. E piano piano, davvero molto piano, dosando lentamente ogni passo per non dare troppo peso al ponte, siamo arrivate dall’altra parte, mentre il resto del gruppo si sbellicava dalle risate vedendola aggrappata ad una mochongo. Ecco, altre compagne di viaggio. E presentandoci, scopro che il fagottino legato alla mamma si chiama come me, Mwende.

Lungo la strada mi sono fermata piĂą volte a fotografare gli alberi. Li adoro, ne sono cotta. Si riesce a scorgerne di speciali ovunque. Quelli con il tronco di velluto color acquamarina sono i miei preferiti! Ma anche quelli enormi, contorti, con il tronco nero e le foglie verde fresco che risaltano. O quelli nudi, che sembrano consumati da un fuoco intermittente che ne ha lasciato solo alcune parti. Ma ogni volta che mi fermavo, mochongo…ncho! E così ho deciso che le foto le avrei fatte al ritorno! E ho anche detto loro che io non mi chiamo mochongo ma Mwende! ( e mi pare di aver intuito che tra di loro dicessero: va beh, però mochongo lo sei!!!) Ma poi, arrivate al fiumiciattolo che, come una porta spazio-temporale, ti fa entrare nella foresta equatoriale, sono state proprio loro a gridarmi: Mwende, picha picha! E ho fotografato le felci che si bagnano pigre nell’acqua.

Arrivate a Kathwana, solita tappa dagli amici di Sonia, la coppia che gestisce il negozio. Ho tracannato una soda e promesso loro che sarei tornata a prendere il mussumamu ( hem, questo proprio non so come si scrive..) piĂą tardi. E mi sono inoltrata nella confusione del mercato, tra bancarelle e i negozianti che mi chiamavano per comperare; mochongo! Volevo delle stoffe per farmi altri vestiti. Voglio riempirmi di colori addosso, come dipinti. Basta maglie scure a tinta unita!

E dopo il mio mussumamu, offerto gentilmente dai miei nuovi amici, sono ripartita. Arrivata all’angolo di uscita dal mercato mi sono sentita chiamare….era Catherine, la signora che vende le banane davanti all’ospedale e che tante volte mi ha chiesto di comprarle. Lei e le sue amiche se ne stavano andando proprio in quel momento. Bene, altre compagne di viaggio!

Anche con lei, lungo la strada, mi fermavo a fotografare il paesaggio. La splendida radura che si apre proprio dopo il fiumiciattolo, sembra che un sipario di schiuda per lasciarti intravedere un mondo incantato. Si apre il respiro, come se l’aria entrasse nei polmoni per la prima volta. Una delle sue amiche continuava a chiacchierare lungo il tragitto, con il sole a picco e il pesantissimo carico di patate assicurato alla testa. Ma non con un filo di voce o un rantolo, o magari esalando il suo ultimo respiro prosciugata dall’arsura, come avrei potuto fare io! Lei gridava, rideva. Senza fermarsi mai.

Arrivate al Mutonga, proprio mentre attraversavamo il ponte, ho guardato giĂą ed ho fatto il rinfrescante pensiero di tuffarmici dentro. Splash, come la balena di Ori! E poi sono state proprio loro a chiedermi se volevo lavarmi un po’. Ma che domande, certo!! Si sono spogliate sulla riva, o meglio, hanno tolto maglia, reggiseno e gonna, restando però con la sottogonna. (Che strano, seno nudo ma gambe coperte...). E mi hanno invitato a fare lo stesso. Evvai, che liberazione! Mi hanno allungato un sapone, mi hanno mostrato come lavarmi i piedi con le pietre per grattare bene le unghie e togliere tutta la terra rossa, abbiamo nuotato insieme ( sempre senza arrivare al centro del fiume…la corrente è troppo forte ora che è in piena..). Bello!

Siamo risalite per quella stradina ripida che martella le gambe e accorcia il fiato. Ho salutato Cathrine promettendole di andarla trovare.

Nel pomeriggio sono andata a portare le stoffe dalla sarta, Eva, la Pelata. Il suo papà deve passare lunedì in ospedale per farsi controllare. Pole. Le ho chiesto dei nuovi vestiti e lei continuava a ringraziarmi per il lavoro che le davo. Anche questo suona strano, vero?

Sulla strada del ritorno ho incrociato i dipendenti del St. Orsola che uscivano in blocco, come gli operai della Fiat al suono della sirena. E tutti si sono fermati a salutarmi, mi hanno chiesto da dove venivo, se avevo fatto spesa al mercato. Ci ho messo mezz’ora a tornare a casa!!!

Ora torno al tamarindo…stasera c’è Gakujia e devo scaldare la cena, avrĂ  quasi finito il giro visite. Vado a tuffarmi tra i dottori, io, unica mochongo della casa!

Mama buega!





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