Colori e ombre...
Oggi siamo andate a Meru, Pepu. Fede ed io. Dovevamo fare la spesa per la casa, ricaricare le bombole di gas per cucinare e comperare degli attrezzi per Faustino.
Ho sistemato alcune cose in ospedale prima di partire con papà Shimali. La strada non era male, oggi. Non piove da due giorni e il fango si è essiccato sotto al sole lasciando solo due enormi solchi lungo la carreggiata. L’ambulanza procedeva sobbalzando sui bump naturali tra il verde folto della natura rinvigorita dalla pioggia. Abbiamo attraversato, come sempre, Tuniai, Mitungu e Nkubu. Sono piccoli villaggi spalmati lungo la strada, densi di vita e di momenti da cartolina. Come i bambini che escono da scuola con la divisa. Alcuni hanno le scarpe e lo zainetto sulle spalle e il cestino del pranzo in mano. Altri camminano scalzi trascinando una borsa di plastica nera dove tengono alcuni libri e le banane. O gli uomini che, indaffarati, gridano cercando di caricare sacchi stracolmi e bagagli sui matatu, assicurandoli al tetto con delle corde di fibra intrecciate. E poi intimano ai passeggeri di salire in fretta. O ancora le donne, che portano al pascolo moltitudini di mucche e di capre, impaurite al passaggio dell’ambulanza, o trasportano le taniche gialle piene d’acqua legandole sulla schiena. E poi si arriva all’asfalto…e ci si imbatte in gruppi di signorine ben vestite che fanno shopping nei negozi del centro, studenti con gli auricolari collegati al cellulare che camminano soli, uomini eleganti seduti ai ristoranti. Le mille contraddizioni dell’Africa, visibili anche sulla strada per Meru…
Abbiamo fatto la spesa al Nakumatt, ricaricato le bombole del gas e fatto colazione con samosa e soda. E poi abbiamo comperato gli stivali da pioggia di plastica nera, Fede ed io. Così non ci faremo nuovamente bloccare da un po’ di fango sotto alla pergola.
Tornando a casa abbiamo incrociato un po’ di pioggia, ma la strada l’ha assorbita senza lasciarne traccia. Ci siamo fermate al mercato di Chakariga, il secondo preferito di Sonia! È il mercato delle stoffe e delle banane. I colori ci hanno invaso gli occhi appena oltrepassato il cancello di rami intrecciati che lo circonda. Stoffe psichedeliche, morbide, delicate, rigide, con colori chiari sgargianti o scuri e fioriti. Stoffe. Talmente invitanti che alcuni dei negozianti vi dormivano sopra. E poi, sulla destra, il viale delle banane. Verdi, gialle, rosse, di ogni tipo. Anche se papà Shimali ci ha detto che quelle di Mitungu sono le migliori. Tra la folla abbiamo salutato Merigo, il watchman altissimo, e un amico che incontriamo sempre a Kathwana. Questo mi dà la sensazione di appartenenza, anche se parziale, a questo posto. Camminare lungo le strade, nei mercati, e incontrare gli amici, magari bere un soda insieme o dare loro un passaggio con l’ambulanza. Riconoscere i luoghi come familiari.
Tornate a casa abbiamo divorato la pasta asciutta avanzata dal pranzo, affamate e assetate come profughi nel deserto. E subito ho dovuto sbrigare dell’altro lavoro urgente con Sr. Ann mentre Pepu è andata in ospedale a fare un giro di terapia alle sue pazienti. È stata da Cathrine, la mamma che ha le piaghe da decubito sulle cosce. Una delle due medicazioni era inesistente, il cerotto arrotolato con le garze dentro la carne. L’atra era imbibita di sangue e siero, ma almeno chiusa. Pepu, demoralizzata e arrabbiata, ha chiamato l’infermiere di turno che, lentamente, è arrivato a dare un’occhiata. Secondo lui il cambio del bendaggio poteva aspettare la mattina seguente, vale a dire che poteva benissimo farlo qualcun altro. Ma Cathrine non poteva aspettare, soffriva e con lei il suo bambino nella pancia. Pepu ha cambiato le garze mentre l’infermiere la stava a guardare. Si mzuri…
Sono stanca di tutto questo, di infermieri che aspettano solo la pausa pranzo per andare a bere un po’ di chai con i biscotti, mentre le persone bloccate in un letto chiedono solo un po’ di attenzione. Anche Peter, proprio oggi, ha cazziato un infermiere per l’attesa ingiustificata di un paziente. Domani ci sarà un meeting. Lo so che non è il mio compito, che dovrebbe essere quello del direttore sanitario e della matron, ma non posso aspettare che le cose cambino a partire dagli altri. Sono stanca di aspettare, di adattarmi ai tempi africani anche per risolvere questioni urgenti. Come gli epici meeting tra Dream Center e St. Orsola che chiedo da Febbraio. Forse parlare allo staff medico, con il mio inglese scadente e la mia emozione che trasuda dai pori della pelle, non servirà a smuovere qualcosa dentro di loro (magari solo una peristalsi intestinale!), ma devo almeno provarci.
Vado a letto infreddolita per essere rimasta fino a tardi sotto alla pergola. Anche gli insetti mi hanno lasciata sola, tranne una piccola lucciola solitaria. I colori del mio paradiso sono spenti dal buio, ora...ma ci sono, ci saranno sempre…
Mama buega!

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