Siku kwa hospitali..
Stamattina mi sono svegliata al rallentatore. Triste. È incredibile come cambi il mio umore con il susseguirsi degli input esterni. Emozioni che mi attraversano la pelle, assorbite per osmosi da ciò che mi circonda. Persone, frasi, gesti. Tutto nel calderone del mio cuore…..
È stata una mattinata impegnativa.
Sono andata con Stefania 2 (si, adesso è il momento delle due StefaniaS, così com’è stato il momento delle due SoniaS a luglio) a consegnare i farmaci, furtivamente prelevati dal suo ospedale, a Evans. Poi, da lì, al nutricional centre per portare qualche biberon (o bibelon, come dice Basilia!). E infine in reparto a distribuire le zanzariere per le culle. Ho accompagnato Pepu (Stefania 2) alla palestra dove lavorerà per quasi un mese, come Nicoletta, Cristiana e Francesca prima di lei, e le ho presentato Rita, prima che partisse per Marimanti con Apophie. Aveva già 5 bambini da trattare che la aspettavano. E la sberla del primo impatto è stata violenta. Per lei, che è in Africa per la prima volta, e per me, che quando entro a stretto contatto con i piccoli pazienti rinnovo la mia incapacità ad accettare ciò che non riesco a cambiare (come recita la vecchia preghiera insegnatami da Speranza…).
La maestra della nursery ha accompagnato due bambine, ancora con la divisa della scuola. Lucy con una difficoltà motoria lieve e Mary, più grave, con anche problemi di apprendimento, dovuti forse a malaria cerebrale, forse ad una iniezione sul gluteo quando era troppo piccola. Io non conosco il linguaggio dei medici…ma so che Lucy aveva dei sandalini beige di plastica con la chiusura allentata ed è riuscita a copiare il suo nome scritto precedentemente dalla maestra, Mary sbarrava i suoi splendidi occhioni e mi guardava interrogativa e ha solo scarabocchiato il foglio cercando in realtà di copiare i caratteri rappresentati.
È arrivata, da lontano, anche Rita. Una bambina di un anno e qualche mese, che dimostrava però avere non più di sei mesi, in termini di sviluppo fisico e motorio. La famiglia è poverissima e la mamma ha anche altri figli, come mi ha detto Judith la clincal officer. La bambina faticava a reggere la testa e a rispondere agli stimoli sonori. Forse ha una carenza alimentare, il che non è difficile con la scarsa varietà della dieta da queste parti. L’ho fatta ricoverare per la fisioterapia, l’accomodation è a carico nostro in questi casi. Altrimenti nessuno di loro si fermerebbe solo per un po’ di ginnastica!
E poi è arrivata la sberla, è arrivato Augustine, un bambino della Primary. Ha aspettato tutta la mattina, paziente, con la sua camicina arancione e i pantaloni azzurri della scuola. Suo fratello maggiore, Nyaga, è ricoverato qui, o meglio, anche lui è in accomodation da ieri con il vecchio nonno. Aspettavano Pepu. Nyaga è su una sedia a rotelle. Ha la distrofia muscolare. Come mia sorella. Augustine cammina ancora, sbilanciato in avanti e dondolando la testa. È una malattia progressiva, piano piano ti impedisce di camminare, di muovere le braccia, di respirare. Senza speranza di guarigione, no hope, com’era scritto sulla sua cartella clinica. Come avere un timer e aspettarne lo squillo contando i minuti. Quindi Augustine sa bene cosa l’aspetta…ne ha lo specchio. Abbiamo chiesto al vecchio nonno se era possibile insegnare, a chi si prende cura di loro, come trattarli, ogni giorno. Insegnare loro come dormire, quali movimenti fare per tenere le braccia e le gambe toniche. Anche se non servirà mai a camminare. Domani sarà qui la loro mamma.
E tra un paziente e l’altro ho dovuto inviare la macchina di Dream (perché noi avevamo entrambe le ambulanze fuori) per un maternity case a Kamanjiaki e sbrigare il solito ingrato lavoro con Ernesto: il valzer del povero mendicante. Una ragazza giovanissima, appena ventenne, ha cominciato a piangere davanti a me perché non riusciva a pagare il resto del conto, 700 scellini. Senza singhiozzi, solo lacrime che le rigavano il viso. Io avrei voluto essere altrove. E con lei un altro caso, una donna sola, senza marito. Ha solo una capra e la capanna. Sarebbe stato inumano chiederle di portarla per saldare almeno in parte il conto di 7 mila scellini. Le ho lasciate andare a casa….
Pepu ed io abbiamo fatto un giro in pediatria. Ha voluto entrare nella neonatologia, una stanza con tre incubatrici. In una, la bambina con la testa piccolina…e con solo metà cervello…e con la schiena bifida. Cathrine. Sta aspettando di morire…e forse, è meglio così…ma il suo visino è talmente dolce che sembra un insulto…
Meno male che la nostra piccola Carolina ci ha fatto sorridere all’ora di pranzo. È arrivata sotto al portico, davanti alla mia stanza…e poi più su, sui gradini, vicino alla tavola. Chiedeva di nuovo dell’acqua! L’ha assorbita, non leccata, un catino pieno pieno. Povera Carolina arsa dal sole!! But she’s improving....
Nel pomeriggio siamo tornate all’ospedale per Rita, la bambina denutrita. Pepu le ha fatto fare un po’ di esercizi seduta a terra sul tappeto colorato di gomma. Io ho continuato a gironzolare per organizzare un po’ di cose e quando sono tornata Rita non c’era più. Con lei c’era Joseff, un ragazzino spastico della Primary. Un sorriso con una persona attorno! Con la sua divisa, era venuto all’ospedale da solo, avvisato da Rita (quella grande!). Stava provando a fare canestro con una palla di gomma piuma blu e nera. E poi ha giocato con un pallone verde (e rosso di terra). Esercizi per tenerlo tonico e impegnato. Per coccolarlo un po’ e dargli la sua fetta di attenzione nelle sue giornate trascorse in ultima fila.
Dopo le 6 siamo andati al market, Fede, Pepu, Mauro, Antonia ed io. Siamo andati da Regina per un aperitivo. Ci siamo seduti all’esterno e abbiamo aspettato che scendesse il buio, tra risate e racconti. Il cielo era appena nuvoloso, si intravedevano solo alcune stelle. Senza luna. Tornando abbiamo dovuto accendere le torce perché la notte era davvero nera. Non si vedeva nemmeno il sorriso della luna. James ci ha accompagnate, iniziava il suo night duty.
Vado verso casa, con la mia chiassosa torcia a manovella, accompagnata dai soliti grilli isterici. Laverò parte di questa giornata con una doccia. Ma ci sono cose che non si possono cancellare con acqua e sapone. Gli scarabocchi di Mery, lo sguardo di Nyaga, la testolina di Cathrine, il sorriso di Joseff. Potrei chiudere gli occhi e disegnarne i contorni.
Tuonane ro.

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