Quando meno te lo aspetti...
Sono sotto alla pergola con Fede, coperte con il cappuccio della felpa per evitare che gli insetti ci camminino tra i capelli o si intrufolino sotto alla maglia. Stiamo cantando canzoni trash senza nemmeno la musica, straparlando a metà tra l’inglese, il kitharaka e l’italiano condito con le pronunce dei diversi angoli d’Italia. Ci stiamo affumicando con sigarette e zampironi…forse ci stiamo drogando pesantemente!
Peter e George sono stati chiamati in ospedale per un cesareo.
Stamattina è arrivato padre Silas e abbiamo sbrigato un po’ di lavoro insieme. Gli ho riferito tutto quello che non va degli infermieri. Domani terremo un meeting con tutto lo staff medico. Finalmente. E poi gli ho chiesto di gestire una questione delicata, legata ancora una volta alla pretesa dell’ambulanza dell’ospedale. Forse la Diocesi saprà essere più accondiscendente e diplomatica di me. Forse troveranno un accordo e io, nel mezzo, potrò continuare a fare semplicemente il mio lavoro che è quello di tentare, almeno, di far funzionare l’ospedale in modo che serva al meglio i pazienti. E ora basta, sono stanca di ingoiare brandelli di domopack inesplosi…
Fortunatamente, accanto ai bastoni infilati tra le ruote per ripicca, ci sono delle mani tese concretamente, proprio quando meno te lo aspetti. Alessandro, in Italia, ha preso contatti con alcune associazioni disposte ad aiutare il St. Orsola per quanto riguarda l’informatizzazione, la telemedicina e il consulto a distanza con ospedali ed enti italiani che si mettono a disposizione per diagnosi e consulenze. E poi ha partecipato ad una conferenza di Informatici Senza Frontiere..quasi da protagonista! E bravo il nostro information technology manager! La sua intuizione è stata quella di sfruttare un programma per la gestione informatizzata delle cartelle cliniche paziente, Open Hospital, assolutamente gratuito, pensato e creato proprio per l’utilizzo in paesi in via di sviluppo, e adattarlo alle nostre esigenze. Lo ha cucito addosso all’ospedale, in altre parole. E si è preso il suo giusto plauso.
Avevo proprio bisogno di queste notizie positive, di questa sferzata di fiducia nell’autentica cooperazione internazionale.
E poi, nel bel mezzo di un pomeriggio di sole alto e cicale isteriche per il troppo caldo, ho ricevuto un regalo. Una signora, con un viso noto, vestita di bianco e blu, pizzi e capo coperto, si è presentata alla porta dell’ufficio chiedendomi un minuto del mio tempo. Sono uscita sotto al portico. Il sole mi fendeva appena il viso, filtrando tra i rami delle papaie. Non l’ho messa a fuoco subito. Ma subito ho pensato che volesse chiedermi di assisterla in qualche modo. Mi dispiace averlo fatto, essere stata così prevenuta. La signora era la mamma di Brian, un bambino di due anni che è stato all’ospedale qualche mese, ustionato gravemente. Le prime settimane gridava e piangeva a distanza se solo intravedeva un volto sconosciuto. Poi, mano a mano che le ferite guarivano, si allargava pure il suo sorriso e ha finito col farsi addirittura pendere in braccio e coccolare. La sua mamma mi ha chiesto se mi ricordassi di averle prestato 150 scellini una volta, per comperare le medicine per il piccolo.
(Ricordo quel giorno. Lei stava aspettando davanti allo studio medico. E, senza chiedere, mi ha detto che non riusciva a comperare i farmaci. E io l’ho fatto per lei. Era un giorno di pioggia…)
Mi ha chiesto se mi piacciono le uova…e mi sono sentita piccola e misera realizzando che voleva solo farmi un regalo, qualche uovo per sdebitarsi di quel prestito lontano di 150 scellini.
Mi ha fatto ripensare alla nonna di kariuki, quando mi ha regalato una borsa piena di green grams per ringraziarmi di averle dato un passaggio. O quando ha afferrato, proprio davanti a me, una gallina e poi me l’ha consegnata, il suo asante sincero per averli aiutati.
Stasera siamo state in centro, al pub di Regina, sempre per l’aperitivo. Ci aspettavano Clara e Omar. Ci siamo seduti a chiacchierare un po’ e a bere una smirnoff ice nera. La luna non ha illuminato il nostro ritorno, ma ha fatto qualcosa di meglio. Si è nascosta e ha acceso il cielo cospargendolo di tremanti puntini argentati.
Anche adesso, che sono rimasta sola, con il mio zampirone incastonato tra le dita per allontanare le zanzare che in questi giorni mi stanno divorando, sono circondata dal buio. Una moltitudine di pipistrelli stride alle mie spalle, tra i rami del tamarindo. I grilli si sono placati e cantano pigri, quasi si stessero addormentando e chiacchierassero sempre più piano, forse spaventati dai mamba che infestano l’erba folta di questi giorni e che, quando meno te lo aspetti, escono dall’ombra e mordono la pelle. Di notte, abbiamo iniziato a girare nel compuond con gli stivali da pioggia di gomma nera…
Tuonane…
Peter e George sono stati chiamati in ospedale per un cesareo.
Stamattina è arrivato padre Silas e abbiamo sbrigato un po’ di lavoro insieme. Gli ho riferito tutto quello che non va degli infermieri. Domani terremo un meeting con tutto lo staff medico. Finalmente. E poi gli ho chiesto di gestire una questione delicata, legata ancora una volta alla pretesa dell’ambulanza dell’ospedale. Forse la Diocesi saprà essere più accondiscendente e diplomatica di me. Forse troveranno un accordo e io, nel mezzo, potrò continuare a fare semplicemente il mio lavoro che è quello di tentare, almeno, di far funzionare l’ospedale in modo che serva al meglio i pazienti. E ora basta, sono stanca di ingoiare brandelli di domopack inesplosi…
Fortunatamente, accanto ai bastoni infilati tra le ruote per ripicca, ci sono delle mani tese concretamente, proprio quando meno te lo aspetti. Alessandro, in Italia, ha preso contatti con alcune associazioni disposte ad aiutare il St. Orsola per quanto riguarda l’informatizzazione, la telemedicina e il consulto a distanza con ospedali ed enti italiani che si mettono a disposizione per diagnosi e consulenze. E poi ha partecipato ad una conferenza di Informatici Senza Frontiere..quasi da protagonista! E bravo il nostro information technology manager! La sua intuizione è stata quella di sfruttare un programma per la gestione informatizzata delle cartelle cliniche paziente, Open Hospital, assolutamente gratuito, pensato e creato proprio per l’utilizzo in paesi in via di sviluppo, e adattarlo alle nostre esigenze. Lo ha cucito addosso all’ospedale, in altre parole. E si è preso il suo giusto plauso.
Avevo proprio bisogno di queste notizie positive, di questa sferzata di fiducia nell’autentica cooperazione internazionale.
E poi, nel bel mezzo di un pomeriggio di sole alto e cicale isteriche per il troppo caldo, ho ricevuto un regalo. Una signora, con un viso noto, vestita di bianco e blu, pizzi e capo coperto, si è presentata alla porta dell’ufficio chiedendomi un minuto del mio tempo. Sono uscita sotto al portico. Il sole mi fendeva appena il viso, filtrando tra i rami delle papaie. Non l’ho messa a fuoco subito. Ma subito ho pensato che volesse chiedermi di assisterla in qualche modo. Mi dispiace averlo fatto, essere stata così prevenuta. La signora era la mamma di Brian, un bambino di due anni che è stato all’ospedale qualche mese, ustionato gravemente. Le prime settimane gridava e piangeva a distanza se solo intravedeva un volto sconosciuto. Poi, mano a mano che le ferite guarivano, si allargava pure il suo sorriso e ha finito col farsi addirittura pendere in braccio e coccolare. La sua mamma mi ha chiesto se mi ricordassi di averle prestato 150 scellini una volta, per comperare le medicine per il piccolo.
(Ricordo quel giorno. Lei stava aspettando davanti allo studio medico. E, senza chiedere, mi ha detto che non riusciva a comperare i farmaci. E io l’ho fatto per lei. Era un giorno di pioggia…)
Mi ha chiesto se mi piacciono le uova…e mi sono sentita piccola e misera realizzando che voleva solo farmi un regalo, qualche uovo per sdebitarsi di quel prestito lontano di 150 scellini.
Mi ha fatto ripensare alla nonna di kariuki, quando mi ha regalato una borsa piena di green grams per ringraziarmi di averle dato un passaggio. O quando ha afferrato, proprio davanti a me, una gallina e poi me l’ha consegnata, il suo asante sincero per averli aiutati.
Stasera siamo state in centro, al pub di Regina, sempre per l’aperitivo. Ci aspettavano Clara e Omar. Ci siamo seduti a chiacchierare un po’ e a bere una smirnoff ice nera. La luna non ha illuminato il nostro ritorno, ma ha fatto qualcosa di meglio. Si è nascosta e ha acceso il cielo cospargendolo di tremanti puntini argentati.
Anche adesso, che sono rimasta sola, con il mio zampirone incastonato tra le dita per allontanare le zanzare che in questi giorni mi stanno divorando, sono circondata dal buio. Una moltitudine di pipistrelli stride alle mie spalle, tra i rami del tamarindo. I grilli si sono placati e cantano pigri, quasi si stessero addormentando e chiacchierassero sempre più piano, forse spaventati dai mamba che infestano l’erba folta di questi giorni e che, quando meno te lo aspetti, escono dall’ombra e mordono la pelle. Di notte, abbiamo iniziato a girare nel compuond con gli stivali da pioggia di gomma nera…
Tuonane…
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