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Il sabato del villaggio!

Ieri notte la pioggia mi ha braccata. È arrivata da lontano, ruggendo furiosamente. Mi sono spaventata sentendone il boato che ha preceduto il suo arrivo. Sempre dall’angolo a sinistra della casa. È piovuto per almeno un paio d’ore, scrosci incredibili che hanno immediatamente saturato il tetto. E questa volta, oltre alle solite gocce sulla scrivania, di fianco al letto, davanti alla porta, colava l’acqua proprio al centro del letto. Ho dormito da un lato, rannicchiata.

Mi sono svegliata presto, troppo presto per un sabato mattina. Ho pagato Kithingi e salutato Federica e Sara, stranamente (falsamente) gentili. Non sono prevenuta, ma la mia pelle non mente..

Ho sistemato le spese della casa aspettando che Pepu e Fede si alzassero. Clara è arrivata e ci siamo fatte un caffè, sempre in attesa.

Crema solare sulle spalle, cesto sotto braccio, cappello di paglia e siamo partite per Kathwana, attraverso il back gate. Scendendo, Clara parlava di serpenti, dai piccoli come uno stelo d’erba, il mamba verde, a quelli grandi che si alzano e ti sfidano sibilando con la loro lingua biforcuta, come il cobra rosso. Pepu era un po’ in ansia! Siamo arrivate al ponte. Il Mutonga è in piena, un fiume rosso terra che scorre prepotente e ricopre le piccole rocce disseminate lungo il suo corso. È addirittura denso, come una colata di cacao caldo. La capre, dietro di noi, erano spaventate, non volevano attraversare il ponte, ma l’uomo che le guidava le ha strattonate fino a slogare loro il collo, quasi! La strada era affollata oggi, almeno dieci persone camminavano con noi. Abbiamo attraversato la strada degli alberi, dove abita il mio amato papà albero, la valle dei fagiolini, data la forma delle foglie grasse di una pianta cespugliosa, lo spaccato sulla foresta equatoriale, dove abbiamo dovuto guadare (o guardare, Sonia?) il piccolo rivolo d’acqua accresciuto dalla pioggia, il pianoro degli ampi respiri, che conduce alla main road. Arrivate al mercato, abbiamo ripreso fiato al solito chiosco (quante cose stanno diventando piacevolmente consuete..), con soda (che è aumentata di 5 scellini) e mussumamo. Poi ci siamo tuffate nel tripudio di gente e di colori delle bancarelle. Abbiamo comperato altre stoffe..credo stia diventando una sorta di ossessione impulsiva compulsiva, come quella che coglie le signore ai saldi da Bloomingdales! Ma questa volta ci siamo spinte fino al reparto uomo, comperando frecce dipinte e tabacco imbustato in foglie di banana. E poi, siamo arrivate alla frutta…nel senso che abbiamo comperato banane e mango. Mentre Pepu e Clara cercavano altre stoffe, Fede ed io ci siamo avvicinate al matatu per prenotarci un po’ di spazio a bordo. Il bus ha cominciato a strombazzare ad alta voce richiamando le persone dal marciapiede mentre noi chiedevamo di aspettare ancora un po’ le nostre amiche mochongo. E così siamo salite al volo, entrando in una scatola di corpi sudati e cesti pieni di green grams. Era ancora più colmo dell’ultima volta, quando le Cahrlie’s Angels erano fisicamente insieme. Davanti a noi una mamma stava facendo le treccine alla sua bimba, alle mie spalle una signora si aggrappava alle parallele costringendomi a piegarmi di lato come la torre di Pisa. Pepu era agganciata con ogni fibra del suo corpo alle sbarre e alle altre persone, chiudendo gli occhi per non guardare la strada. Fede ed io ridevamo come due ubriache cantando le nostre canzoni trash del buon umore, facendo ridere l’omino dei biglietti, quello dei soldi e quello della prenotazione della fermata appeso fuori. Finalmente siamo arrivate, con le tasche più leggere di 30 scellini. Appena scese dalla scatola di sardine, abbiamo incrociato un galeotto, scortato da due soldati armati di mitra. Che immagine, quell’uomo con il berretto di lana, i vestiti a brandelli e le manette. Chissà qual era la sua colpa…

Siamo arrivate disidratate al Tamarindo, asciugate dal sole e dalla insensibilità di alcuni personaggi che gravitavano attorno all’ospedale e che ora vogliono prepotentemente tornare ad esserne satelliti.

Mi sono avvelenata l’anima leggendo una presa di posizione assurda che non tiene minimamente conto dei reali problemi che quotidianamente affrontiamo qui. Ho affilato le unghie ma per ora tengo le mani in tasca..in attesa. E ingoio la mia ormai consueta palla di domopack…

Sr. Ann mi ha consegnato finalmente la busta marrone contenente il mio stipendio. Bene, ora posso finalmente pagare tutti i conti arretrati di pazienti inadempienti per estrema povertà. Uscendo, ho incrociato i relatives della chocho morta per il morso del serpente. Mi hanno spiegato che l’unico figlio della signora è un ubriacone che vive nel bush, ma che lei era una donna molto amata nella comunità. Hanno fatto una colletta per pagare il trasporto della salma al villaggio, dove vogliono seppellirla as a good christian. Ma così non hanno i soldi per pagare il conto dell’ospedale, che supera i 10 mila scellini (solo 9 mila è il prezzo di due dosi di antiveleno..90 euro…). Io ho rivisto la chocho in quel letto, a respirare con la mascherina rannicchiata come una bambina, mentre cercava di coprirsi bene le gambe con la gonna. E mi sono sentita in colpa perché forse potevamo fare qualcosa di più…pagherò io il conto..e domani la riporteranno a casa…

Pepu stava facendo la terapia a Joy, la stava facendo giocare con i chiodini. Lei era seduta con la schiena rimborsata come un sacchettino di ossa e la testina penzolante verso sinistra. Mi ha guardato con aria interrogativa quando sono entrata..ma poi mi ha sorriso come solo lei sa fare. Anche lei domani tornerà a casa…

Sono passata a salutare Peninah, una delle nostre cassiere. Ha la malaria...ed è incinta di sei mesi. Ora sta meglio, vuole tornare a casa domani..ma forse resterà nella sua stanza privata in ospedale ancora qualche giorno. Mentre ero con lei sono entrati Marcy ed un amico, portandole dello yogurt e della frutta. Una classica visita di cortesia, isomma.

Vorrei che alcune persone vivessero in stretto contatto con questa gente, conoscessero le loro storie, guardassero nei loro occhi sostenendone lo sguardo. Non sarebbero più in grado di dormire…o forse si, altrimenti nemmeno adesso oserebbero tanto.

Proprio nel bel mezzo del momento camomilla, sono arrivati dei nuovi insetti sotto alla pergola. Assomigliano a cimici, ma più snelle, con dei disegni marrone e crema sul carapace e la pancia bianca e nera. E già hanno preso confidenza con la mia tastiera. Il sole a picco di oggi mi ha mentalmente provata a tal punto che ho iniziato a parlare con una blatta che si stava arrampicando sul muro, intimandole di non farlo per non cadere a zampette all’aria! Ma lei, malgrado gli avvertimenti, ha voluto fare di testa sua ed è caduta..te l’avevo detto che cascavi! Pepu si è sciolta tra le lacrime per il troppo ridere.

Ecco, resto sola ancora un po’, accompagnata da Chris Botti verso il mio trasparente e leggero sonno profondo..

Mama buega!

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