Stop this train!
Mi sono svegliata piano. E ho poltrito a letto per circa un’ora ascoltando la mia musica preferita. Mi aspettavo che da un minuto all’altro il telefono suonasse per qualche emergenza. Invece oggi mi hanno risparmiato. Ma restarmene nel mio bozzolo così a lungo non è stata una grande idea. I miei pensieri mi hanno consumato, complice una play list tutt’altro che allegra. Ma mi sono scrollata di dosso la malinconia quasi subito, scendendo dal treno in corsa. Sono uscita a fare colazione prima ancora di essere sveglia. E poco dopo mi ha raggiunta Fede..tanti auguri!!! Oggi era il suo compleanno! La mattinata non prometteva nulla di buono. Troppo grigia. E così ci siamo dedicate alle pulizie di casa. Ho dato una connotazione dignitosa alla mia camera, ai miei armadi. Ho cambiato le tende in bagno e le lenzuola. Non più righe ma fiori. Ora la stanza profuma di fiori d’acacia…
Proprio prima di pranzo Mbaabu mi ha avvista che Moses, il bambino di Cristian, chiedeva di me al gate. Mi ha raggiunta sotto al tamarindo e gli ho consegnato la lettera che Aldo mi ha dato per lui da parte di Manuel, il nostro amico di Nairobi che a lungo lo ha ospitato. Ci siamo seduti all’ombra e lui ha iniziato a leggere. E gli ho fatto promettere di scrivere una lettera di risposta da affidare allo stesso ambasciatore. Ne scriverà anche una per il suo Cristian. Sorrideva timido mentre lo diceva..
Proprio mentre ci stavamo per sedere a tavola, Eva, dalla sala parto, ha chiamato a casa cercando Aldo. Un maternity case da Marimanti con sofferenza fetale. Abbiamo mangiato in fretta e poi siamo andati tutti in ospedale. Fede ed Anna si sono lavate per assistere al cesareo. Io le ho raggiunte dopo poco. Ho infilato gli zoccoli di plastica verdi, ma non sono entrata in sala. Mi sono solo fermata a sbirciare davanti alla porta socchiusa. Riuscivo ad intravedere Aldo, che tagliava la pancia della paziente e scostava rapidamente i lembi di pelle per aprirsi il varco ed estrarre il bambino, Mbaabu, che controllava il battito cardiaco della mamma, Robin, che reggeva un telino blu pronto ad accogliere il bambino, Charity, che passava i ferri ai chirurghi, George, che faceva da secondo, Fede ed Anna che guardavano l’azione. Il bambino è uscito completamente ricoperto di meconio, una patina verde oliva che gli impediva persino di respirare. Non ha pianto. Dondolava a testa in giù mentre Aldo provava a massaggiargli la schiena per farlo reagire. Nessun esito. Robin l’ha preso in braccio e adagiato sul bancone alla destra del tavolo operatorio, nuovo teatro del mio film. Mbaabu gli ha aspirato il liquido penetrato profondamente in gola, nei polmoni. Il bambino, verde e con le labbra cianotiche, giaceva inerme con la testina piegata all’indietro mentre cercavano di intubarlo. Non muoveva un muscolo, non un solo vagito. Mbaabu gli sollevava le gambine e le rilasciava per vederne i riflessi. Ma gli ripiovevano pesantemente sulla pancia, nuovamente in posizione fetale. Senza effetto alcuno. Non mi sono nemmeno accorta che stavo piangendo, ero troppo concentrata su di lui, non vedevo altro attorno, come se il campo visivo si fosse focalizzato su quel soggetto, incapace di mettere a fuoco l’ambiente circostante. E poi, finalmente, un flebile lamento, un prezioso impercettibile pianto. Robin ha preso il bambino e lo ha mostrato alla mamma, sussurrando è vivo. E poi lo ha portato in sala parto, sull’isola neonatale. Sono corsa a prendere il respiratore. Eva si è subito presa cura di lui. Gli ha infilato il tubicino dell’ossigeno, iniettato, nel cordone ombelicale ancora attaccato, dell’idrocortisone (o qualcosa di simile, non ho capito bene) e ha acceso la lampada per tenerlo al caldo. Il bimbo respirava molto faticosamente, quasi fosse un lavoro, un impegno che già da subito doveva affrontare. Vedevo la sua morbida cassa toracica aprirsi per inglobare aria fresca e poi comprimersi come uno stantuffo che si blocchi a metà senza concludere la sua corsa. Ma poi, piano piano le sue labbra hanno ripreso un colore rosato. E, sebbene sfinito, ha comiciato a piangere, appena, un lamento più che una protesta. Fede ed Anna mi hanno raggiunta. Eva ci rassicurava che sarebbe migliorato, che, rispetto a tanti altri che aveva visto morire, questo stava bene. Ma a noi non bastava. Siamo rimaste con lui ancora un po’. Anche Aldo, Robin e Mbaabu, finito l’intervento, sono passati a controllare il piccolo Polmoncino (lo abbiamo chiamato così, per sdrammatizzare e non soccombere, per la fatica del piccolo nel respirare..).
Ci sono volte in cui vorrei scendere da questo treno. Un treno in corsa che rischia di travolgermi sebbene io ne sia un passeggero.
Nel pomeriggio ci siamo rilassate e messe in attesa di buone notizie, sempre ascoltanto musica reggae dalla radio. Casualmente le note portavano con sé le parole di Stop this train…I want to get off...
È arrivato anche un altro dottore, Kim. Dovrà sostituire George che domani se ne andrà. Sembra più socievole e disinvolto, speriamo sia migliore anche in ospedale. Luciana ha preparato una torta per Fede, una crostata con marmellata ai frutti di bosco, buonissima! Abbiamo aperto il nuovo cartone del vino e brindato tutti insieme per la sua festa. E poi, dopo l’ennesima fetta e il secondo bicchiere di vino, Mbaabu è entrato in camera e ne è uscito con un regalo. Mamma mia! Fede era così felice. Un elefante di ebano con la proboscide verso l’alto. Così potrà ricordarsi dell’Africa e di lui ogni volta che lo guarderà, le ha detto. Ma so che Fede non avrà bisogno di un elefante per ricordare tutto questo….
Per cena, nella scia dei festeggiamenti, pizza! Ancora una volta accostamenti vari per incontrare il gusto di tutti. E poi siamo andate da Regina per completare la giornata. Come sempre era affollato, c’erano Faustine, Philip, Lorentz, lo scroccone e Mororongo. Giocavano a biliardo (mi prudevano le mani dalla voglia di giocare…pazienterò ancora un po’…). Noi ci siamo sedute fuori e ci ha raggiunte Kenneth, ubriaco più che mai. Abbiamo discusso di grandi e piccole cose, bevuto una Citizen in edizione limitata “President”, dedicata ad Obama (incredibile quanto sia sentita qui la sua vittoria) e fumato qualche sigaretta. Al ritorno ancora una volta ci siamo incantate a guardare le stelle, come un velo scintillante di brillanti adagiato sul cielo.
Ora, sola sotto alla mia pergola, sento il venticello appena fresco sulla pelle. Forse pioverà stanotte. Penso a Polmoncino, a come l’ho conosciuto sofferente appena dopo il parto, a come l’ho visto migliorato nel pomeriggio quando sono tornata a trovarlo. Ancora in lotta con la vita ma fuori pericolo. Sento il suono amato di questo treno, i grilli, i pipistrelli, gli insetti che mi ronzano attorno. E penso che ho fatto bene a non scendere…perchè questa corsa mi piace…o forse, semplicemente, ne ho bisogno per raggiungere non un luogo ma uno stato d’animo…
Mama buega Polmoncino…
Nessun commento