Maguru ntakene...
È piovuto a dirotto tutta la notte. Avevo quasi intenzione di rinunciare ad andare a Nyeri, pensando alla strada e alla paura di Pepu per la pioggia. Ma Edward era pronto ed entusiasta, così all’alba delle 7 e poco più ci siamo messe in macchina, sotto il diluvio.
Edward procedeva cauto ma deciso. Non ci siamo impantanate nemmeno una volta, ma la macchina slittava come sul ghiaccio. E Pepu, davanti, mi pregava di riportarla a casa! Io mi sentivo tranquilla, conosco bene ormai queste strade e come i nostri driver le affrontano. Lungo il tragitto abbiamo incrociato decine di persone, camminavano nel fango, a piedi nudi. Affondavano fino al ginocchio, in certi tratti.
Arrivati al Makutanu abbiamo preso la strada in direzione della Somalia e siamo saliti verso sinistra. Abbiamo raggiunto Nyeri circa un’ora dopo l’inizio della commemorazione..ma comunque volevamo raggiungere l’evento. Ogni seconda domenica di Novembre si ricordano i soldati italiani caduti nella seconda guerra mondiale in Africa. Dalla strada principale, svoltando a destra, si imbocca un viale alberato che assomiglia proprio a quello di un cimitero italiano. Mi è sembrato pure di riconoscere dei cipressi a segnare la strada (è possibile?)! Il sacrario è una monolitica chiesa grigia. Tutto attorno, i macchinoni di rappresentanza dell’ambasciatore e dei suoi discepoli! In realtà, la nostra partecipazione era dettata dalla possibilità di conoscere personaggi eventualmente importanti per l’ospedale. La messa era già iniziata. Mi sono soffermata a leggere le targhe dei caduti, ragazzi giovanissimi morti tra il ’42 e il ’45 (perché?) in varie città africane qui attorno. C’erano anche delle lapidi dedicate a militi ignoti..
La chiesa era addobbata con il nostro tricolore e con la bandiera del kenya. La messa era in italiano, solenne, autorevole. Ma per fortuna i canti erano africani, i balli, i colori, le percussioni, i tamburelli. Spezzavano la seriosità dell’evento, le davano la giusta dose di spensieratezza, di vivacità che ci deve essere quando si ricorda un caro amico. Per il finale, il coro vestito di verde e blu ha intonato When the saints go marching in. Questo mix di culture mi ha fatto pensare, con un grandangolo, a come l’amalgamare culture diverse possa dare origine ad una miscela positiva..basta prenderne le parti migliori!
Finita la commemorazione (e le dovute public relations) ci siamo infilate al piccolo rinfresco..che in realtà altro non era che la condivisione di pranzi portati da ciascuno. Noi non avevamo niente da dare (eravamo i cugini poveri), ma abbiamo preso il più possibile! E mentre eravamo sedute a chiacchierare con un padre colombiano che prenderà il posto di padre William e a deliziarci con torte salate, lasagne e polpette di carne, osservavo la varietà dei commensali. C’era solo un gruppetto di ragazzi sgrausi quanto noi, con le scarpe infangate! Gli altri erano personaggi quanto meno dubbi, un po’ viscidi, nel ramo del turismo, cacciatori (di ogni tipo di caccia..) in africa da 50 anni. Ci hanno subito accerchiate e salutate con un po’ troppo trasporto, effetto polipo, parlando di argomenti superflui. Beh, ce ne siamo fieramente andate subito dopo pranzo.
Abbiamo preso la strada per Naniuky, diretti al Trout Tree, la stessa fatta con Alessandro, Sonia, Oriella e Marianna quando siamo andati al Nakuru. È stato inevitabile pensarli rivedendo gli stessi incredibili paesaggi. In certi tratti si apre la vista e l’occhio si perde in pianure sterminate senza ombra di limite. Persino l’orizzonte si nasconde. Sembra di osservare il tavolo di una sarta pieno di ritagli si stoffa. Il velluto verde bottiglia lasciato lì senza impegno vicino al cotone ocra cosparso di piccoli bottoni raggruppati tra le pieghe. La lana verde menta su cui si scorge il puntaspilli spugnoso verde bosco. Il taffettà indaco ai confini del tavolo e
lo chiffon bianco.
l Trout Tree è un ristorante interamente costruito su un gruppo di alberi altissimi, su vari livelli. Al di sotto, si scorgono gli allevamenti di trote, delle grandi vasche circolari in cui coltivano, come ha detto Pepu, il pesce. Tra i rami, grandi scimmie bianche e nere con una lunga coda folta color latte e il ciuffo scuro sulla testa.
Dopo aver nuovamente mangiato, solo il dolce questa volta, abbiamo ripreso il nostro viaggio, fermandoci a comperare le patate lungo la strada e i formaggi al caseificio (e anche lì, i ricordi si sono sprecati..).
Dopo Meru, a Nkubu, abbiamo di nuovo ripreso la strada sterrata..e nuovamente Pepu si è aggrappata a tutte le maniglie a disposizione nella macchina, facendo rallentare Edward di continuo. Per un tratto, il fango era talmente scivoloso e avvallato da intrappolare matatu e lorry. Così abbiamo seguito una strada alternativa che parallelamente percorreva quella principale, per poi riprenderla una cinquantina di metri più avanti. Mi sono addormentata stanca, dondolata dallo slittamento delle ruote, mentre, seduta dietro, osservavo le persone camminare a piedi scalzi nel fango, al chiarore della luna nascente.
È stata l’ultima serata di Gabriel con noi. Dopo più di un mese vissuto alla casa del Tamarindo, tornerà a Nairobi a trovare la famiglia e poi al suo ospedale militare. Era un po’ triste. Mi ha abbracciata fortissimo, due volte. Lo sentivo deglutire e respirare profondamente. Il nostro mangiatore di ossa. Ci mancherà molto. Ci mancherà il medico, instancabile, ci mancherà il compagno di giochi, sempre contagiosamente sorridente. Partirà con Edward domani mattina prestissimo. E anche lui troverà il fango perché anche questa notte sta piovendo piano ma a lungo.
Tuonane Gabriel…
Arrivati al Makutanu abbiamo preso la strada in direzione della Somalia e siamo saliti verso sinistra. Abbiamo raggiunto Nyeri circa un’ora dopo l’inizio della commemorazione..ma comunque volevamo raggiungere l’evento. Ogni seconda domenica di Novembre si ricordano i soldati italiani caduti nella seconda guerra mondiale in Africa. Dalla strada principale, svoltando a destra, si imbocca un viale alberato che assomiglia proprio a quello di un cimitero italiano. Mi è sembrato pure di riconoscere dei cipressi a segnare la strada (è possibile?)! Il sacrario è una monolitica chiesa grigia. Tutto attorno, i macchinoni di rappresentanza dell’ambasciatore e dei suoi discepoli! In realtà, la nostra partecipazione era dettata dalla possibilità di conoscere personaggi eventualmente importanti per l’ospedale. La messa era già iniziata. Mi sono soffermata a leggere le targhe dei caduti, ragazzi giovanissimi morti tra il ’42 e il ’45 (perché?) in varie città africane qui attorno. C’erano anche delle lapidi dedicate a militi ignoti..
La chiesa era addobbata con il nostro tricolore e con la bandiera del kenya. La messa era in italiano, solenne, autorevole. Ma per fortuna i canti erano africani, i balli, i colori, le percussioni, i tamburelli. Spezzavano la seriosità dell’evento, le davano la giusta dose di spensieratezza, di vivacità che ci deve essere quando si ricorda un caro amico. Per il finale, il coro vestito di verde e blu ha intonato When the saints go marching in. Questo mix di culture mi ha fatto pensare, con un grandangolo, a come l’amalgamare culture diverse possa dare origine ad una miscela positiva..basta prenderne le parti migliori!
Finita la commemorazione (e le dovute public relations) ci siamo infilate al piccolo rinfresco..che in realtà altro non era che la condivisione di pranzi portati da ciascuno. Noi non avevamo niente da dare (eravamo i cugini poveri), ma abbiamo preso il più possibile! E mentre eravamo sedute a chiacchierare con un padre colombiano che prenderà il posto di padre William e a deliziarci con torte salate, lasagne e polpette di carne, osservavo la varietà dei commensali. C’era solo un gruppetto di ragazzi sgrausi quanto noi, con le scarpe infangate! Gli altri erano personaggi quanto meno dubbi, un po’ viscidi, nel ramo del turismo, cacciatori (di ogni tipo di caccia..) in africa da 50 anni. Ci hanno subito accerchiate e salutate con un po’ troppo trasporto, effetto polipo, parlando di argomenti superflui. Beh, ce ne siamo fieramente andate subito dopo pranzo.
Abbiamo preso la strada per Naniuky, diretti al Trout Tree, la stessa fatta con Alessandro, Sonia, Oriella e Marianna quando siamo andati al Nakuru. È stato inevitabile pensarli rivedendo gli stessi incredibili paesaggi. In certi tratti si apre la vista e l’occhio si perde in pianure sterminate senza ombra di limite. Persino l’orizzonte si nasconde. Sembra di osservare il tavolo di una sarta pieno di ritagli si stoffa. Il velluto verde bottiglia lasciato lì senza impegno vicino al cotone ocra cosparso di piccoli bottoni raggruppati tra le pieghe. La lana verde menta su cui si scorge il puntaspilli spugnoso verde bosco. Il taffettà indaco ai confini del tavolo e
l Trout Tree è un ristorante interamente costruito su un gruppo di alberi altissimi, su vari livelli. Al di sotto, si scorgono gli allevamenti di trote, delle grandi vasche circolari in cui coltivano, come ha detto Pepu, il pesce. Tra i rami, grandi scimmie bianche e nere con una lunga coda folta color latte e il ciuffo scuro sulla testa.
Dopo aver nuovamente mangiato, solo il dolce questa volta, abbiamo ripreso il nostro viaggio, fermandoci a comperare le patate lungo la strada e i formaggi al caseificio (e anche lì, i ricordi si sono sprecati..).
Dopo Meru, a Nkubu, abbiamo di nuovo ripreso la strada sterrata..e nuovamente Pepu si è aggrappata a tutte le maniglie a disposizione nella macchina, facendo rallentare Edward di continuo. Per un tratto, il fango era talmente scivoloso e avvallato da intrappolare matatu e lorry. Così abbiamo seguito una strada alternativa che parallelamente percorreva quella principale, per poi riprenderla una cinquantina di metri più avanti. Mi sono addormentata stanca, dondolata dallo slittamento delle ruote, mentre, seduta dietro, osservavo le persone camminare a piedi scalzi nel fango, al chiarore della luna nascente.
È stata l’ultima serata di Gabriel con noi. Dopo più di un mese vissuto alla casa del Tamarindo, tornerà a Nairobi a trovare la famiglia e poi al suo ospedale militare. Era un po’ triste. Mi ha abbracciata fortissimo, due volte. Lo sentivo deglutire e respirare profondamente. Il nostro mangiatore di ossa. Ci mancherà molto. Ci mancherà il medico, instancabile, ci mancherà il compagno di giochi, sempre contagiosamente sorridente. Partirà con Edward domani mattina prestissimo. E anche lui troverà il fango perché anche questa notte sta piovendo piano ma a lungo.
Tuonane Gabriel…
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