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Piccoli momenti...

La pioggia รจ tornata stanotte. Leggera. Continua. E poi improvvisamente ha fatto la voce grossa rovesciando tutte le lacrime del cielo. Come sempre, il tetto zuppo non ha retto e ha cominciato a piovere anche nella mia stanza. Plin, plin. Proprio sulla scrivania. Ho risolto il problema con un catino arancione ed un asciugamano all’interno per attutire il rumore delle gocce. Plin, plin, anche di fianco al letto. Ma non abbastanza vicino. Mi sono riaddormentata. Serena…

Stamattina Antony รจ tornato per riparare il monitor. Cosรฌ mi sono svegliata presto anche oggi. Ma รจ stato meglio cosรฌ. A migliaia di km di distanza qualcuno stava per andare a letto. Un passaggio di staffetta che รจ diventato una sorpresa! Ho chiamato Mbabbu e Peter al mio computer e li ho fatti chattare con Alessandro, sotto alla pergola, nel grigio freddo di una domenica mattina. รˆ stato bellissimo vederli scrivere al rallentatore, un po’ goffi, un po’ in italiano, un po’ in inglese, entusiasti per il loro successo e per la possibilitร  di salutare un caro amico per ora cosรฌ lontano. Poi, ognuno รจ tornato ai propri impegni. Peter alle prese col ferro da stiro e i pantaloni della festa, Mbaabu in ospedale con il tecnico, io ad aiutare Margaret 2 a preparare qualcosa per il pranzo (le ho insegnato come fare il riso cantonese)…il nostro stanco Mr. Alex a dormire!

รˆ uscito il sole proprio mentre stavo andando in ospedale a controllare il lavoro di Antony e a salutare un po’ di amici, con l’intenzione di beccare almeno la benedizione della messa! Invece sono stata trattenuta oltre il previsto. Mi hanno fatto testare l’x-ray per dimostrarmi dov’era il problema. Mbaabu mi ha fatto indossare il camice piombato per proteggermi, un grembiulone pesantissimo blu (mi mancavano solo gli stivali da pioggia gialli e un cappello di paglia a tesa larga e avrei potuto andare a fare giardinaggio!). Cosรฌ sono arrivata in chiesa che era tutto finito, c’era solo il coro che giร  faceva le prove per la prossima domenica. Io sono comunque entrata, mi sono seduta in fondo. Ho semplicemente detto una mia personale preghiera. Ho ringraziato, finalmente, dopo aver chiesto tanto, troppo forse..mi sentivo in colpa…

Dopo pranzo, mentre eravamo ancora tutti seduti a tavola, la nostra piccola Carolina che pascolava liberamente, รจ venuta a farci visita. Ci siamo girati a guardare e lei era lรฌ, sul primo gradino del piazzale del tamarindo. Mbaabu ha subito intuito che stava chiedendo dell’acqua. E io che pensavo cercasse, curiosa, solo un po’ di compagnia (quanto poco conosco questi posti, queste persone e le loro usanze, gli animali e le loro abitudini)! Ma lui รจ prontamente uscito di casa con un catino pieno e Carolina ci si รจ tuffata, zampe anteriori comprese! E poi si รจ allontanata di nuovo, continuando a brucare l’erba fresca di pioggia.

(E ora, che sto scrivendo, mi sta guardando. รˆ sotto al tamarindo, tra i fiori…e crede di essere nascosta dietro al fusto sottile delle canne da zucchero, immobile!!)

Margaret 2 mi ha avvisato che stava andando a casa ricordandomi dell’invito di Irene, la mamma di Stefania. Le avevo promesso di andarla a trovare! Mi sono cambiata di corsa, mentre Margaret salutava una sua amica appena operata all’ospedale, e poi ci siamo incamminate sotto il sole ancora caldissimo. Irene abita oltre il Politecnico, not far. Lungo la strada chiedevano a Margaret dove stesse andando in compagnia di una mochongo. Beh, ci sono forse dei limiti di colore per l’amicizia? Appena dopo il politecnico abbiamo girato a destra. Ancora pochi metri e siamo arrivate a destinazione. La casa di Irene รจ piccola, due stanze. In una, che poi รจ anche la sala da pranzo, vivono le 2 sorelle e la nonna che si occupa di Stefania (perchรฉ mamma e papร  lavorano..entrambi all’ospedale). Nell’altra lei e il marito (accidenti alla mia memoria, non mi ricordo il nome!). Il bagno all’esterno. Attorno un po’ di terra, recintata con una rete metallica, senza cancello.

Quando siamo arrivate stava lavando i panni. Indossava un vestitino a fiori, corto. Irene รจ bellissima, ha un viso dolce. รˆ stata contenta di vedermi, finalmente, dopo tante volte che mi aveva invitato a casa sua. E anch’io sono stata contenta di essere lรฌ, si respirava l’aria della domenica pomeriggio. L’aria del giorno di visita ai relatives, del thรจ con l’amica che non si vede da tanto, della festa per i bambini perchรฉ i genitori stanno finalmente con loro. Stefania stava dormendo. Ho lasciato l’infradito in giardino e sono entrata scalza. Mi sono seduta sul divano. Al mio fianco il lettino della sorella minore. Davanti a me un tavolino basso e appoggiato alla parete opposta un mobile aperto con due mensole. Dal tavolino si poteva arrivare in ogni angolo della stanza, tutto a portata di mano! Irene l’ha svegliata e si รจ messa un po’ a giocare con lei per farla sorridere. E poi l’ha presa in braccio e l’ha riempita di bacini. Ma chi mi ha detto che queste mamme non sono affettuose e non giocano con i loro bambini? Non ricordo…ma non รจ vero. Non lo faceva per me, traspariva l’abitudine dai gesti. Poi l’ha data a Margaret seduta accanto a me, assieme a dei vestitini rosa puliti, ed รจ uscita per farsi la doccia. L’abbiamo cambiata, infagottata a festa con la maglietta e la gonnellina di strass comperate all’auction in ospedale. Dopo qualche minuto anche Irene รจ tornata. Indossava una maglietta attillata e una gonna a fiori lunga. Ha preso i suoi capelli di plastica rossi e neri e li ha infilati. Ecco, pronta per andare a far visita alla suocera! Abbiamo incrociato il marito che rientrava dopo i lavoretti della domenica. Ha preso dolcemente in braccio Stefania e ci ha accompagnate per un po’, per proteggere la sua bella famiglia da un gruppo di ubriaconi che bevevano muratina proprio lungo la strada. E poi ci ha salutate, ringraziandomi della visita. E ho avuto di nuovo quella sensazione, la stessa che tante volte mi ha dato Gabriel, una sensazione a cui potrei dare un nome proprio da tanto mi รจ familiare ormai. รˆ la consapevolezza che gli esseri umani hanno le stesse abitudini in ogni angolo del mondo. Hanno lo stesso sentire, gli stessi bisogni, le stesse paure, le stesse certezze, gli stessi sogni. Siamo tutti uguali ma unici allo stesso tempo.

Ho conosciuto Clara, proprio ora. Abiterร  alla missione per un po’, รจ qui da una settimana e io non l’avevo mai vista. รˆ un’infermiera. รˆ stata qui per la prima volta nel 2004 anche lei, era tornata in Italia solo due settimane prima che io arrivassi. Non ci siamo incrociate per un soffio. Ma ha conosciuto la mia Angela. E quando ne ha parlato l’ho sentita subito amica. Anche lei รจ qui da sola ed รจ stata contenta di aver chiacchierato con me. Abbiamo vissuto le stesse emozioni. E condividerle con chi le sa capire le amplifica e le valorizza, sembrano quasi diverse. Forse per questo a volte mi mancano cosรฌ tanto Alessandro e Sonia, Angela e Oriella, mi manca l’amplificatore. Quello che fa di un piccolo momento un grande evento…

Tunafananya mambo madogo madogo lakini marafiki kubwa…

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