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Sunday, lazy Sunday!

Mi sono svegliata tardissimo, erano quasi le 10! Il prologo di una giornata pigra e inconcludente. Senza fretta.

Il sole fuori era giĆ  alto, caldo. Pepu era a metĆ  della sua mattina mentre Fede ed io l’abbiamo raggiunta per far colazione. Mi sono soffermata ancora una volta a contemplare la vallata. ƈ completamente verde adesso, un’unica macchia di colore punteggiata di rosso. Durante il giorno ĆØ il coro delle cicale che delizia l’aria. E il cinguettio degli uccellini gialli e neri che cercano steli d’erba secca per costruirsi il nido.

Fede ed io non stavamo bene..ma forse, in realtĆ , dovevamo soltanto svegliarci completamente. Ma nel dubbio, siamo andate in laboratorio a farci il test per la malaria. C’era Kenneth di turno, ci ha bucato un dito e spalmato la goccia di sangue da analizzare. Test negativo, hakuna malaria!

Subito dopo sono passata in ospedale a pagare il conto della signora morsa dal serpente, Jennifer. E giĆ  che c’ero ho pagato un paio di miei debiti: il conto di Samuel e di Julia. Sono uscita dall’ingresso principale e proprio in quel momento passava la macchina della missione guidata da Marcello, con la bara di Jennifer a bordo e tutti i relatives venuti per riportarla a casa. L’uomo che mi aveva parlato ieri sedeva davanti. Mi ha salutato scuotendo un braccio fuori dal finestrino. Ho avuto la sensazione che mi parlasse senza passare dai sensi, che un pensiero trasmigrasse dalla sua alla mia testa. Sembrava che mi rassicurasse: non temere, portiamo Jennifer a casa..e nessuno la lascerĆ  più sola senza aiutarla a respirare. Mi sono sentita parte di quel drappello di amici accavallati sopra il pick up.

Un altro uomo mi ha avvicinata. Aveva una garza sull’occhio destro, frutto dell’intervento eseguito ieri dagli oculisti. Aveva passato la notte sulle panchine. Gli hanno ordinato delle gocce oculari out of stock qui da noi, quindi sarebbe dovuto andare a Nairobi a comperarle. Chiaramente non avrebbe potuto farlo. I suoi vestiti tradivano la sua condizione. Mi parlava con tono stanco, ripetendo di essere confuso, che nessuno gli aveva detto quando togliere il bendaggio. Era commovente. Non stava chiedendo soldi, solo chiarimenti, per capire cosa avrebbe dovuto fare. Li aspettava da ieri. Sembrava proprio spaesato. Gli ho chiesto un recapito per avvisarlo sull’arrivo del collirio. Lui non aveva un mobile con sĆ©. Ha estratto dalla tasca un sacchettino di plastica contenete un’agendina chiusa con l’elastico. E mi ha dato il numero del chief del villaggio a cui chiedere di lui, Brown Geru. I pazienti operati dagli oculisti di Nairobi provengono dal bush. Accedono al servizio gratuitamente altrimenti mai riuscirebbero a permetterselo. Goldfrey, il nostro ottico, penetra nei villaggi più remoti a spiegare loro in che cosa consiste l’eventuale intervento e la necessitĆ  di controlli agli occhi per evitare, o ridurre, delle patologie anche gravi che condurrebbero altrimenti a cecitĆ . Ho chiamato Josec, che doveva tornare da Nairobi entro sera, e gli ho chiesto di comperare il collirio. E ho detto a Brown di restare a dormire in uno dei letti dell’ospedale.

Il nostro pomeriggio ĆØ proseguito tra tinta ai capelli e pinzette per le sopracciglia. Un angolo di vanitĆ  sotto al portico.

Come guizzo finale di questa domenica, siamo andate in pediatria a salutare Joy, la sua mamma Monica e la sorellina cicciona. Domani tornano a casa. La cosa che più ci ha stupito di questa famiglia è la serenità che traspare dallo sguardo e dai gesti, la serenità malgrado tutto. Un serenità invidiabile. Faith continuava a chiamarmi Mwende e poi rideva. Forse era strano, per lei, un mochongo con un nome africano. Ho allungato il collirio a Brown e poi siamo tornate a casa.

Stasera c’ĆØ l’invasione delle lucciole, sono centinaia nel buio. Sembrano delle briciole di luna fluttuanti. Dopo tanti insetti fastidiosi, almeno uno delicato! E insieme a loro, sono rimaste anche le piccole cimici con il carapace che sembra uno scudo masai. Passeggiano sui monitor dei computer posizionandosi proprio sulle righe che stiamo via via scrivendo, quasi leggessero i nostri caratteri seguendoli con la zampa. Ogni tanto, arriva in picchiata qualche blatta enorme, le blatte mouse, come le ha soprannominate Pepu, e si schianta contro le porte e le finestre. ChissĆ  se sentono male nell’impatto. Fede, per proteggersi dall’invasione di insetti, ormai porta tra le dita dei piedi, o come anello, gli zampironi, affumicandosi come un prosciutto stagionato. I grilli coprono appena il rumore del fiume.

Pigramente dondolando tra gli insetti raggiungo la mia stanza, il mio bozzolo con le lenzuola a righe..quelle preferite da Sonia e Marianna…

Tuonane ro…rugendo rurweru..

3 commenti:

  1. Mi sono imbattutto in questo spazio per caso cercando (quella che per me era) la preghiera di S.Agostino.
    Quanto male mi fa leggere il tuo diario di viaggio/vita.
    Quanto stupido mi sento a pensare ai miei idioti pensieri quotidiani.
    Tanto.
    Come la voglia che ho di cambiare e cambiarmi.
    Continuerò a leggerti consapevole che questo accrescerà il mio dolore.
    Ma forse me lo merito.
    Ciao.

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  2. Mi dispiace che leggere il mio blog ti faccia cosƬ male..ma mi fa piacere che ti faccia in parte riflettere. ChissƠ, magari ti spronerƠ verso quel cambiamento che tanto aneli..
    Nessuno merita il dolore.
    Un abbraccio di incoraggiamento.
    Mwende.

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  3. ....il dolore ĆØ dovuto alla consapevolezza che di fronte ai tuoi scritti non posso pigiare il tasto del telecomando e passare dal servizio della guerra civile in Congo ai cartoni della Disney!
    Debbo leggere e riflettere.
    Sono un ingegere anch'io, ma non aiuto bambini, mando robot sott'acqua! Magari è giunto il momento di cambiare radicalmente testa e pensieri. Ed anche la vita vissuta. Non si può restare indifferenti a quello che scrivi, non si può non provare dolore. Magari un giorno ti chiederò cosa si fa e come si fa a mollare tutto e ad andarsene in Africa.....

    Ciao,
    D.

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