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Un soldino nel sacchetto di plastica…

La sveglia della giornata di oggi si chiama Hariett! Mi ha telefonato alle 7:15 per chiedermi se domani mattina, mentre andiamo a Nairobi, le posso portare una flash pen per memorizzare i dati di un seminario di due giorni che sta seguendo in Thika road. Ma perché qui si svegliano tutti tanto presto??! Beh, mi sembrava quasi un insulto tornare a dormire, così sono uscita a far colazione che albeggiava appena…d’accordo, sto esagerando!!

Sono andata con Fede in ospedale. Volevo salutare Cathrine, cambiare l’acqua ai suoi fiorellini. Ed è stata una bella sorpresa constatare che un paio di pazienti stavano leggendo i libri che ieri Fede ha distribuito. The rabbit’s tales forse non è la storia più indicata per un signore di una cinquantina d’anni, ma il suo volto illuminato e lo sguardo impegnato mi hanno ipnotizzato per qualche minuto. Domani, a Nairobi, vorrei comperare un po’ di libri in inglese o swahili, anche usati, per allestire una piccola biblioteca in ospedale. Magari per alcuni, potrebbe essere l’unica occasione di tenere un libro tra le mani…

Mentre stavo chiacchierando con Fede all’ingresso della pediatria, abbiamo visto avanzare, nella nostra direzione, un ragazzino elegante che accompagnava un bambino con cravatta e vestito blu. Stavano andando dal dentista. Anche qui, per recarsi all’ospedale, mettono il vestito buono…che a volte è uno solo.

Ci siamo spostate all’ingresso delle sale operatorie, proprio vicino al muretto passamalati. E da lì, abbiamo subito notato le gambine storte di un bambino davvero piccolo, magro ma con il pancione da malnutrizione. Camminava dando la mano al suo papà, che indossava dei pantaloni sporchi ed una camicia strappata. Avevano l’aria di chi cerca invano senza risposta. Mi sono avvicinata e ho chiesto loro se serviva aiuto. Il papà, in inglese, mi ha chiesto dove fosse la cassa. Doveva pagare i farmaci ordinati dal medico negli out patients. Li ho accompagnati sul posto. Il bambino indossava un pile abbottonato davanti ed un paio di pantaloni con rattoppi plurimi. E dei sandalini di plastica color verde militare, più piccoli di qualche misura. L’uomo indossava una camicia beige, che doveva essere stata bianca in passato, strappata sulle spalle e sul davanti, drappeggiando sopra i pantaloni alla caviglia. Ha estratto dalla tasca un sacchettino di plastica, impolverato. Lì teneva il suo unico soldino, 100 scellini con cui ha pagato il suo debito. Un fogliettino di carta molto più sgualcito dei suoi pantaloni, molto più consumato delle sue mani.

Dopo poco, mentre stavo facendo un ulteriore giro di ricognizione nel ward, mi ha fermata Mbaabu. Stava leggendo la cartella clinica di una donna con un braccio appeso al collo. Aveva un dito rotto, gonfio come un dirigibile. Le erano stati prescritti alcuni farmaci e una radiografia, un eventuale gesso e quindi una visita di controllo. Il tutto per 690 scellini. Ma lei, nel suo sacchettino di plastica, aveva solo 500 scellini, ben piegati, come un fazzoletto nuovo. Ho accompagnato pure lei alla cassa e ho detto che eventualmente il resto lo avrebbe portato alla visita di controllo. Lei mi ha ringraziata, con il suo occhio sinistro semichiuso per una palpebra cadente, stringendo il soldino tra le dita. E mentre pagava il conto, mi sentivo sciogliere a guardare quella signora compita, fine nel suo vestito sgualcito e consumato ma pulito, al profumo di sapone e acqua di fiume. Chissà quanto le era costato trovare quei 500 scellini.

Nel pomeriggio, dopo un falso tentativo di pisolino, ho raggiunto nuovamente Fede in ospedale. Dovevamo provare ad utilizzare un ECG che sembrava settato in modo sbagliato, restituendo un grafico parziale. Semplicemente a tentativi, siamo riuscite ad ottenere il risultato tanto atteso. Anche se in realtà, il tracciato suggeriva una cardiopatia grave. Ma almeno, in base alla corretta lettura, saranno ora in grado di fornire una terapia più adeguata.

E mentre Fede stava ancora interrogando quelle linee irregolari sulla carta, è entrata, nel triage, una famiglia. La madre con un bambino, l’ammalato, la figlia più grande che portava in braccio l’altro fratellino, probabilmente gemelli, e il padre, con evidenti problemi alla parte destra del corpo. Era evidente che indossassero il vestito buono, quello della domenica. La madre era coloratissima, il padre, rimasto in piedi, si è tolto il cappello in segno di rispetto per la clinical officer. Lo reggeva con la mano non del tutto abile, con il polso e il palmo ruotati all’esterno, il piede con il tallone sollevato e chiuso all’interno. Eppure, aveva l’aria così fiera, così compiaciuto della sua famiglia agghindata a festa, così orgoglioso di quel sacchettino di plastica stretto nell’altra mano. Fede era troppo concentrata sulla diagnosi della sua paziente per accorgersene, ma io ero evidentemente commossa (succede un po’ troppo spesso ultimamente..), soprattutto quando l’uomo mi ha guardata sorridendo come se vedesse una cosa bella…

Sono sotto alla pergola. Ormai è quasi un rituale. Anche stanotte il cielo è da brividi, il buio è totale, l’aria è tiepida. Tra i grilli mi pare quasi di sentire il fruscio dei sacchettini di plastica e dei soldi accartocciati tra le dita. È un’immagine che sempre mi dà l’entità della condizione miserrima ma spesso dignitosa delle persone che cercano di strappare alla terra almeno l’occorrente per sopravvivere.

Domani porterò anch’io il mio sacchettino di plastica, con un paio di assegni, a Nairobi, per pagare i nostri debiti…

Tuonane ro…

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