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Fotografie.

Signore, dammi la forza di cambiare le cose che posso cambiare, la serenità di accettare le cose che non posso cambiare e la saggezza per distinguere tra le due.

Per le cose in cui credo posso spostare le montagne, gridare e lottare. Ma non ho la serenità di accettare le cose che non riesco a cambiare…o forse, mi manca solo la saggezza di capire quando in realtà mi devo arrendere.


Ho accompagnato Pepu in ospedale. Ha dato le scarpine nuove a Rita, la bambina denutrita..che in realtà è semplicemente autistica. Non è che non sia in grado di camminare…si rifiuta di farlo, a meno che non sia la sua mamma a chiamarla. Pepu le ha infilato le scarpine di pelle blu, con il plantare e i rinforzi. E lei le guardava con i suoi occhioni tristi, irraggiungibili, interrogativi. La mamma sorrideva a festa, magari già pensava di rivenderle e comprare qualcosa da mangiare. Ma forse no, sembrava proprio orgogliosa dei primi passi della sua bimba. Io spero che Rita continui a camminare con le sue scarpine nuove fino a quando non le saranno troppo piccole.

Gli occhioni di Rita. Tristi. Sembra che capisca il mondo e che ne senta il peso. Senza poter fare qualcosa. Click.

Pepu dovrà occuparsi anche di Timothy, il bambino ciccione di Nicoletta, dimesso da Tuuru, il centro di riabilitazione dove è stato per 6 mesi. E quando lei se ne andrà, Nicoletta, quando ritornerà qui, continuerà ad occuparsi di Rita e degli altri bambini che ha iniziato a trattare. Si passeranno il testimone, in una staffetta che sa di buono, in cui i vincitori non sono i podisti, ma gli spettatori.

Il sorriso di Timothy. Indimenticabile. E il suo papà che non lo abbandona mai e segue fiero i suoi progressi. Click.

Sono passata dal ward per organizzare il trasporto di un paziente al Kenyatta domani. Ho girato un attimo la testa verso destra, proprio davanti alla porta socchiusa della stanza con un solo letto, appena dopo l’ambulatorio pediatrico che io chiamo dei miracoli, perché, a volte, solo un miracolo può salvare i bambini coricati su quel lettino, con l’aspiratore e le flebo infilate nella testa. Ma non sempre i miracoli avvengono. Ho intravisto appena la paziente che sta morendo, uno scheletro ricoperto di pelle. Il marito le stava accarezzando il viso, dolcemente. Lei vorrebbe andare a morire a casa sua, per rivedere i suoi figli.

Lo sguardo compassionevole di quell’uomo. Il suo amore e la sua devozione che lo tengono qui, ricoverato con sua moglie, per non lasciarla mai sola. Click.

Sono entrata nell’ufficio di Sr. Ann per chiederle un po’ di soldi per domani. La macchina andrà a Nairobi e abbiamo alcune cose da comperare per l’ospedale. Lei mi ha aggredito. Ma ho subito capito perché. Stava proprio facendo i conti di tutto quello che c’è da pagare questo mese. Gli stipendi, i farmaci, la corrente elettrica, le scorte per la cucina dell’ospedale e per il supporto alimentare all’esterno, l’acqua, i fornitori dei fili da sutura e dei reagenti per il laboratorio, i detergenti per le pulizie. Per un totale di quasi 40 mila euro. Mi sono lasciata cogliere da uno sconforto esagerato. Ho trattenuto a stento le lacrime. Non so perché la mia reazione è così forte e arrendevole. Credo di capire come si possa sentire un capo famiglia che sa di non riuscire a mantenere i propri figli. E non parlo di superfluo. Sr. Ann pensava di tagliare alcune spese per un po’, almeno finché non riusciremo a far fronte a tutte. Ma quali? Pensava alla scorta alimentare per chi non ha di che sfamarsi..si mzuri. Ho pensato di chiedere aiuto alla Diocesi per supportarci, non noi, ma la gente del Tharaka che a noi fa riferimento. E prima ancora che le parole uscissero dalla bocca, lei mi allunga un fogliettino su cui è scritto l’importo che noi dobbiamo pagare alla Diocesi ogni anno..42 mila scellini di tassa medica. Noi. Non dovrebbero essere loro a sostenerci? Non dovrebbe forse essere la loro missione, la loro vocazione, quella di aiutare i poveri e i bisognosi? Certo, è più facile evangelizzarli, insegnare loro che questa vita deve essere costellata di sofferenze, rinunce (solo per loro, ovviamente), patimenti, per guadagnarsi un posto in paradiso nella (probabile ma non certa) prossima vita. Così basta qualche libro e qualche sincero missionario pronto a parlare a centinaia di mani tese, piuttosto che riempire quelle mani. Piuttosto che sostenere gli ospedali, fornire le scuole di materiale, sistemare le strade e portare l’acqua ai villaggi. Chiedo scusa, ma il mio pensiero ha gridato fortissimo questa mattina..ha gridato il mio si mzuri anche a Sr. Ann che concordava con me.

La mia voce, i miei occhi lucidi. La mia rabbia. Sr. Ann che mi saluta accorgendosi del mio sconforto e chiedendomi scusa per non poter fare qualcosa. Click.

Ho incrociato Ernesto nei corridoi. Mi cercava per sapere se poteva lasciar andare a casa alcune pazienti. Una di queste si rifiutava di pagare, dicendo che era vedova e aveva altri figli da sfamare. Ma lui non ne era così sicuro. Lei ha iniziato a piangere, ma non sembrava un pianto sincero. Il bambino che teneva in braccio, invece, rideva guardandomi, allungando le manine verso di me.

Lo sguardo falsamente affranto della signora e la risata aperta del suo bambino. Le sue manine strette tra le mie mentre pensavo a che fare con lei. Click.

Dopo le 5, siamo andate in pediatria con i pennarelli e la pagine disegnate da colorare. Le abbiamo distribuite e siamo state con Faith e i suoi amici a disegnare. Le mamme sembravano le più entusiaste. Il momento più bello della giornata. Ognuno ha scelto il suo soggetto e i colori. E poi abbiamo appeso al muro tutti i capolavori.

Monene e il cerotto bianco sull’orecchio. Il suo viso da bambina, gentile. La sua rana blu con gli occhi azzurri attaccata vicino al suo letto. Click.

Anche stasera i tamait sciamano attorno alle lampade accese e si scorgono da lontano i lampi del temporale nel buio. Sono stanca, pesante. Ma non per quanto ho ingerito o bevuto. Sento il peso della responsabilità di portare questo ospedale a fine giornata..ogni giorno.

Io che entro nel mio bozzolo e spengo la luce. Il mio gechino sul muro di fianco alla finestra,fermo a guardarmi scodinzolando piano. Click.

1 commento:

  1. mi sono svegliata con il pensiero di leggere il tuo blog...sono quasi le 8.00 ormai e in un'ora e piu' l'ho divorato,vecchie e nuove storie...e sono rientrata per un attimo nella nostra casa,nella nostra vallata,nel nostro ufficio,nel nostro stradone del villaggio,tra i corridoi del nostro ospedale,nella nostra ambulanza....nella nostra vita mia dolce Mwende...la tua Makena e' all'altro capo del mondo ma nel cuore porta solo il ricordo del suo caldo kenya e le paure di affrontare questo mondo occidentale a volte piu' aggresivo e incomprensibile della nostra Africa...paure..troppo..addi..troppi..ma ricordo anora le parole di Guki Gallmann in "SOGnaVO L'AFRICA"...lei ci ha dato tanto ma non senza qualcosa in cambio...e i miei addi visti da qui sono piu' laceranti che mai..ma ci aspetta la vita che sognavamo nell'ufficio ricordi??..mano nella mano...anime accumunate dall'amore e dai sogni per la nostra terra ora piu' che mai madre...ti abbraccio...abbracciami la mia unica e sola Harakisha..dille che mi manca...

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